Amore, tradimento, maternità, lavoro, malattia, sessualità, vita, morte. Come la donna si sente e come invece la società pensa ch’ella debba sentirsi.
Questo di Matteo Bussola è un romanzo sulle donne, un esperimento in chiave narrativa e poetica su un uomo che cerca di conoscere le donne e vivere gli stereotipi in cui sono imprigionate dalla notte dei tempi. E le raffigura paragonandole alla resistenza del rosmarino, una pianta che non cede alle intemperie dell’inverno e rifiorisce più forte in primavera.
La vita delle diciotto donne di questo libro inizialmente non sembra, ma è unita da un filo conduttore comune: la figura di Mira, donna dalla profonda gentilezza che, con un solo tocco, ha, in qualche modo, cambiato la vita di tutte loro. Infatti l’intento di questo romanzo è anche quello di scrivere un “elogio alla gentilezza”: una gentilezza che dovrebbe essere normalità, ma non in questo mondo, cieco ed egoista, in cui viviamo.
Le storie di queste donne emergono in tutta la loro forza e potenza nel giorno del funerale di Mira, deceduta a causa di una malattia che, purtroppo, continua a colpire tantissime donne: il tumore al seno.
Lo stile di scrittura di Bussola è scorrevole, delicato e molto introspettivo.
Purtroppo si vede che la donna è stata descritta da un uomo, poiché è come se la nostra figura fosse stata ulteriormente imprigionata negli stereotipi che si è cercato di abbattere con il romanzo. Alcuni temi, seppur in maniera delicata, sono trattati con troppa superficialità per la profondità che invece possiedono. Altro punto un po’ a sfavore è stato proprio il ruolo di Mira: alle volte il suo ruolo è stato così fugace e “da sfondo” nella vita delle altre donne da far perdere il senso del filo conduttore tra le storie narrate.
Concludo dicendo che, comunque, è un romanzo piacevole e che porta diversi punti di riflessione sulla figura della donna e sulle aspettative di cui è non soggetta, ma vittima.




